Montaigne non ci consola

Io non ho mai avuto un padre e non ho mai avuto una madre, ma ho sempre avuto il mio Montaigne”, dice Thomas Bernhard in Montaigne, un breve scritto del 1982. Al buio, in una fantomatica torre dov’è collocata una biblioteca di famiglia, gli sono capitati in mano i Saggi, e lui ne prende spunto per esaltare il filosofo francese con una commozione che arriva alle lacrime e che, dice, arriverebbe ai singhiozzi se, visto da fuori, uno che singhiozza non fosse ridicolo. di Anna Maria Carpi
7 MAG 14
Ultimo aggiornamento: 17:23 | 15 AGO 20
Immagine di Montaigne non ci consola
Io non ho mai avuto un padre e non ho mai avuto una madre, ma ho sempre avuto il mio Montaigne”, dice Thomas Bernhard in Montaigne, un breve scritto del 1982. Al buio, in una fantomatica torre dov’è collocata una biblioteca di famiglia, gli sono capitati in mano i Saggi, e lui ne prende spunto per esaltare il filosofo francese con una commozione che arriva alle lacrime e che, dice, arriverebbe ai singhiozzi se, visto da fuori, uno che singhiozza non fosse ridicolo.
Se il feroce iconoclasta austriaco trova nei Saggi un tale rifugio emotivo e se certi miei amici al solo nome di Montaigne escono in esclamazioni d’entusiasmo, anche a me dovrebbe servire a qualcosa: a me e a tutti quelli come me che, non maltrattati dalla sorte soffrono tuttavia di immensi sconforti, di risvegli mattutini in cui, cercando d’ignorare che ora sia, voltandosi un’ultima volta dall’altra parte, si chiedono perché mai vivere.
Ma su di noi fragili e variabili ho i miei dubbi ed è sulla parola del grande Bernhard che prendo in mano la scelta che dei Saggi fu data nel 1938 da André Gide, edita da Adelphi nel 1992, l’anno stesso della morte di Bernhard e il quattrocentesimo anniversario di quella di Montaigne – e da questa le mie citazioni. Ora, da tutti i miei segni a margine mi avvedo di averla già conosciuta, conosciuta e… dimenticata. Non c’è lettore, dice Gide nella sua prefazione, che non si riconosca nell’essere umano che Montaigne ci fa scoprire. Com’è allora che questa lettura non mi ha lasciato il segno? E’ soltanto perché oggi, trascinati come siamo da una fugace lettura all’altra, aggrediti dall’informazione e dal frastuono degli eventi dell’intero globo, quasi nulla ci lascia più un segno?
Montaigne guarda ai classici latini e greci, che hanno nutrito anche me insieme ai classici tedeschi ivi compreso il Nietzsche delle poesie, quel gaio ridente tragico Nietzsche che di Montaigne dice, fra l’altro: ha rafforzato il nostro “piacere di vivere”. E difatti a ogni passo il gran signore francese proclama il suo piacere di vivere e lo difende a spada tratta come un “oggi e ora” da opporre a ogni nostalgia del passato e a ogni timore dell’avvenire – due direzioni del soffrire che conosciamo bene anche noi odierni. Poi c’è la vecchiaia: la stesura dei Saggi inizia nel 1585, quando il grande ha passato la cinquantina, la sua ottima salute ha già subìto degli attacchi e non c’è più l’amore, il solo che potrebbe stornarlo dai “pensieri noiosi” del quotidiano e dalle grinze “deformi e miserevoli” riproponendogli la cura della propria persona e togliendo al suo spirito “la disperazione di sé e della propria utilità” (p. 108). Ma nel complesso la vita è per lui “apprezzabile e comoda, anche nel suo estremo declino” (pp. 170-171), e la disperazione nei Saggi è giusto la grande esclusa.
Non così il pensiero della morte, onnipresente in questa infinita meditazione sul “come vivere”. Ma non è della morte che Montaigne ha paura – a perdere la vita lui si prepara “senza rimpianto”, in quanto la vita è “perdibile per sua natura”. Verità indubitabile. Dubitabile è invece quanto segue: “Così il non dispiacersi di morire si addice propriamente solo a quelli a cui piace vivere” (p. 171). E’ una sistemazione perfetta, un geometrico chiudere il cerchio, e non convince.
In un’epoca in cui la Francia è insanguinata dalle lotte di religione fra protestanti e cattolici, lui ha operato per sé una salutare separazione. Sì alla carità – volentieri si occupa degli umili “sia perché c’è più gloria, sia per compassione naturale” (p. 163) – ma assolutamente no a ogni disputa fra cattolici e protestanti e no a mettere in questione Dio: Dio è (p. 172) “quel grande e onnipotente donatore”, di cui non si discutono i doni, che sono tutti buoni compresa la morte. Ma c’è una specie di uomini che il sommo tollerante non può sopportare e che con insolita durezza paragona alle bestie: quelle “anime venerabili, elevate per ardore di devozione e di religione a una costante e coscienziosa meditazione delle cose divine, le quali appropriandosi in anticipo, con lo slancio di una possente speranza, l’uso del cibo eterno, scopo finale e ultima meta dei desideri cristiani, solo piacere fermo, incorruttibile, disdegnano di attaccarsi alle nostre misere comodità fluttuanti e ambigue”. Costoro vogliono “mettersi fuori di se stessi e sfuggire all’uomo. E’ la follia: invece di trasformarsi in angeli, si trasformano in bestie” (p. 173). E se poi guarda agli antichi, nulla gli è così “difficile a digerire nella vita di Socrate come le sue estasi e le sua demonerie” e nulla c’è di “così meschino e di così mortale nella vita di Alessandro come le sue fantasie sulla propria immortalizzazione” (p. 174).
[**Video_box_2**]Non c’è lettore, diceva Gide, che non si riconosca nel ritratto che Montaigne fa dell’essere umano, muovendo da se stesso. Chi di noi non ama questo indagatore dell’io, strenuo difensore della propria identità, dove dice di sé che il suo spirito era tardo, il suo apprendere lento, la sua inventiva fiacca e incredibile la sua mancanza di memoria, e dove non si stanca di attribuirsi “mollesse” e “insouciance”, mollezza e noncuranza, e rivela di non aver mai letto per intero nessuna pratica burocratica e di aver spesso lasciato a metà delle letture senz’approfondire? Era proprio così? E se qui non parlasse anche un certo quale narcisismo alla rovescia? In ogni caso su di me, che non so neanche dove siano la profondità, la calma, il rigore delle esplorazioni cognitive del signore di Bordeaux, ha un effetto d’incoraggiamento al pressappoco, alla mia mediocrità.
I protestanti rifiutavano la confessione cattolica, ossia la mediazione di un sacro delegato fra il privato e Dio: Montaigne ricorre alla confessione pubblica, rivolta agli altri, a tutti gli umani, e all’eterno umano. Ci sarebbe qualche analogia con quel raccontare se stessi venuto di questi tempi in auge sui più svariati mezzi di comunicazione – se su quest’ultimo non ci fosse impresso, e tutti lo sanno, il marchio del momentaneo, del contingente destinato alla cancellazione.
Ma perché Montaigne non mi consola?
Perché fra lui e noi ci sono quelli che potremmo chiamare il dolore e il desiderio. I Saggi non li conoscono. In altre parole, fra Montaigne e noi c’è la svolta romantica di più di due secoli or sono con la sua scoperta della solitudine sentimentale del singolo. Bella e sinistra. Lungo i due secoli abbiamo proclamato la morte dell’arte, la morte di Dio, poi la morte della storia, ma più terribile è ciò che percepiamo oggi: si può chiamare la morte del tempo. E il tempo non era una sorta di autorità paterna, o di padre comune? A volte io me lo immagino come un lunghissimo treno, un treno intercontinentale che con un carico immane viaggia sicuro senza perdere nulla, tenendo strette a sé le feste le sciagure il come fu e il come sarà di ognuno di noi, ma sui cartelloni di partenze e arrivi non è più registrato. Nelle nostre stazioni non fa sosta.
Lo so bene, altro non è che la speranza in una trascendenza. Perché ne hai bisogno? mi chiedono quelli, tanti, che non l’hanno e la giudicano solo una debolezza. Io non ho risposta.
di Anna Maria Carpi